Libri in italiano
Logoterapia pratica
Trovare un senso alla propria vita con Viktor Frankl
Format broché
12,50 €
Format Kindle
5,99 €
Présentation
Perché una vita che funziona può sembrare vuota? Il lavoro c'è, la salute regge, gli affetti sono al loro posto, e tuttavia una domanda torna nelle ore in cui nulla ci distrae. Viktor Frankl diede a questa condizione un nome preciso, vuoto esistenziale, e vi costruì attorno un'intera prospettiva sull'essere umano: ciò che ci muove in modo primario non è il piacere e non è il potere, ma la ricerca di un significato. Questo libro espone la logoterapia in forma accessibile e la mette alla prova delle situazioni concrete: il lavoro, i legami, la sofferenza che non si può eliminare, il passare del tempo, il senso di assurdo che attraversa l'epoca. Ne emerge una posizione esigente e insieme praticabile, che non promette il conforto e restituisce qualcosa di più solido: la possibilità di rispondere di ciò che dipende ancora da noi. Il percorso attraversa le tre vie attraverso cui il significato si lascia riconoscere e le domande che ciascuna apre. Le risposte restano da trovare, perché sono diverse per ognuno.Sommaire
Introduzione
I fondamenti della logoterapia
Viktor Frankl: una vita al servizio del senso
I pilastri teorici della logoterapia
La dimensione spirituale dell’inconscio
Scoprire il proprio cammino
La via della realizzazione
La via dell’amore
La via della trascendenza
Superare le prove attraverso il senso
Affrontare la sofferenza inevitabile
Superare la paura della morte
Trovare un senso nonostante l’assurdo
Il senso al cuore delle relazioni umane
Sviluppare l’ascolto e l’empatia
Umanizzare le istituzioni
Rendere il mondo migliore
Il senso come bussola interiore
Chiarire i propri valori essenziali
Sviluppare la coscienza e la responsabilità
Conclusione
Extrait
C’è una forma di malessere che non compare in nessun referto. Il lavoro c’è, la salute regge, gli affetti sono al loro posto, e tuttavia una domanda torna nelle ore vuote della domenica pomeriggio o nel silenzio che segue lo spegnimento dello schermo: tutto questo, per che cosa? Non è disperazione, non è ancora depressione. È qualcosa di più sordo e di più diffuso, che assomiglia a un motore acceso senza destinazione. Viktor Frankl, psichiatra e neurologo viennese, diede a questo stato un nome preciso: vuoto esistenziale. Lo descrisse per la prima volta negli anni Cinquanta, osservando che una parte crescente dei pazienti che si presentavano nel suo ambulatorio non soffriva di conflitti interiori nel senso classico del termine, né di lesioni organiche. Soffriva di assenza di significato. Le loro giornate erano piene e la loro vita era vuota. Frankl notò che questa condizione tendeva a manifestarsi soprattutto quando le occupazioni si interrompevano, quando cioè veniva a mancare la distrazione che tiene a bada la domanda: durante le vacanze, dopo un pensionamento, nelle serate senza impegni. La chiamò, con una formula rimasta celebre, nevrosi della domenica.1 La diagnosi non era una constatazione pessimista. Frankl la formulò perché aveva una risposta da proporre, e quella risposta è l’oggetto di questo libro. Settant’anni dopo, la descrizione ha guadagnato in attualità ciò che ha perso in novità. Le condizioni che Frankl osservava in un’Europa uscita dalla guerra si sono generalizzate. Le appartenenze che assegnavano a ciascuno un posto e un compito — la parrocchia, il partito, il mestiere ereditato, il quartiere — si sono allentate senza essere sostituite. Il lavoro, che per un paio di generazioni aveva fornito insieme reddito e identità, si è frammentato in percorsi discontinui in cui il legame fra ciò che si fa e ciò a cui serve è diventato difficile da vedere. E l’attenzione, sollecitata senza tregua, trova oggi mille modi di non fermarsi mai abbastanza a lungo perché la domanda affiori. Il vuoto esistenziale non fa rumore: si manifesta come noia che nessuna distrazione placa, come stanchezza che il riposo non ripara, come irritabilità senza oggetto. C’è un secondo malinteso da sciogliere subito, perché condiziona tutta la lettura. La logoterapia non è una tecnica per essere felici. Frankl considerava anzi che la felicità non si lasci raggiungere per via diretta: più la si insegue come obiettivo, più si allontana, perché l’atto stesso di sorvegliarla la dissolve. La felicità è un effetto collaterale. Compare quando l’attenzione è occupata altrove, assorbita da qualcosa o da qualcuno che vale la pena. È questa la ragione per cui il significato viene prima: non perché sia più nobile, ma perché è l’unico dei due che si possa cercare deliberatamente. Vienna, nella prima metà del Novecento, è il luogo in cui l’Occidente si interroga su che cosa muova l’essere umano. Sigmund Freud aveva risposto: il piacere, e la sua ricerca inconscia. Alfred Adler aveva risposto: la potenza, cioè il superamento di un sentimento di inferiorità originario. Frankl, che aveva conosciuto entrambe le scuole prima di prenderne le distanze, formulò una terza ipotesi: ciò che muove l’essere umano in modo primario non è il piacere e non è il potere, ma la ricerca di un significato. La chiamò volontà di significato, e attorno a essa costruì un metodo terapeutico che battezzò logoterapia, dal greco lógos, che qui non va inteso come parola ma come senso. L’ipotesi era rischiosa. Sosteneva che una motivazione considerata dalla psicologia dell’epoca come un lusso della coscienza — interrogarsi sul perché — fosse invece un bisogno primario, allo stesso titolo del cibo o del legame affettivo, e che la sua frustrazione producesse una sofferenza reale, misurabile, capace di generare sintomi. Frankl coniò per questi disturbi un termine specifico, nevrosi noogena, per distinguerli sia dalle nevrosi di origine psicogena sia da quelle di origine somatica. Non tutti i disturbi psichici nascono da un conflitto rimosso o da uno squilibrio biochimico: alcuni nascono da un problema irrisolto sul senso della propria esistenza, e vanno affrontati su quel terreno. Questa ipotesi ha attraversato ottant’anni di verifiche. Non tutte le costruzioni teoriche di Frankl hanno retto alla prova del tempo, ma il nucleo empirico sì. Dagli anni Sessanta esistono strumenti psicometrici costruiti per misurare la percezione di significato — il Purpose in Life Test di Crumbaugh e Maholick, poi il Meaning in Life Questionnaire di Steger2 — e i risultati ottenuti con questi strumenti hanno mostrato una regolarità che pochi si aspettavano.


